L’indispensabilmente inutile

Ho letto questo interessante commento di Massimo Mantellini:

iPhone, lo shopping globale.

Mi è piaciuto molto l’accostamento fatto tra il fenomeno iPhone è l’idea del “culto”, una vera e propria adorazione di un feticcio, un oggetto che sembra portare dentro di sè promesse che vanno al di là della mera teconologia, arrivando ad investire aspetti profondi della propria, quasi che un nuovo telefono potesse davvero renderci migliori, più completi.
Mi viene in mente a questo proposito ciò che diceva Marshall McLuhan, l’inventore dell’espressione “villaggio globale”, secondo il quale la tecnologia è identicabile come estensione dei nostri sensi. Ogni oggetto del quale ci circondiamo sarebbe quindi una nostra “estensione”.

Quello che mi domando è dove ci porti questo bisogno quasi morboso di estendere il proprio essere con gli ultime trovate che le aziende sfornano (sia essa l’ultimo telefono in grado di sfornare briosche e caffè caldo o un cappotto D&G con superficie totale pari a quella di un bikini). A volte mi pare che l’uomo occidentale preferisca estendersi sempre di più (riprendendo l’espressione di McLuhan) perchè in questo modo riusciamo ad allontanarci da noi stessi, dalla fatica che comporta il fare i conti con il proprio io, la propria personalità, i propri difetti. Allora ci circondiamo di ogni genere di bene indispensabilmente inutile, basta che sia in grado di colmare almeno per la prossima settimana il nostro bisogno di distrarci da noi stessi.

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